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PUNTI DI VISTA

Sala Margana, Roma
6 - 22 Giugno 2002

Catalogue Text
Abituato a scrivere di artisti morti da secoli, con il conforto dei giudizi critici già rispettosamente deposti come un ammasso di corone ornate di parole da generazioni di altri scrittori su reputazioni ormai solide come marmo, sento tutto l'imbarazzo di parlare di un artista vivo e attivo, e giovane, a cui spetta tra l'altro diritto di replica alle parole lapidarie e pompose di qualunque critico. Scrivendo dunque di Justin, bisognerà dunque fare attenzione se sto parlando dell'artista che è oppure di quello che vorrei che fosse: il ragazzo è laconico, ed è pur vero che l'artista, per convenzione, parla attraverso le proprie opere. Parliamo delle opere allora, sperando di trarne buoni auspici, come facevano gli indovini antichi con le frattaglie delle vittime sacrificali. Cos'è infatti un'opera di un artista sincero, se non un pezzo del proprio cuore? Non c'è bisogno di aprire il petto al Nostro per capire che sul suo cuore c'è scritto Roma, la Roma dei marmi e delle pietre che sono rimaste tra una marea e l'altra della storia, abbandonati come testimonianza casuale di antichi fondali meravigliosi e delle tempeste che l'hanno distrutti. Scogli resistenti, le antichità di Roma, a cui la modernità ha tolto tutta quella vegetazione che vi si abbarbicava dando maggior forza a questo paragone: edera, ruta, acanto, ed insinuanti radici di fico, come alghe, rendevano tutto più pittoresco ed aiutavano l'opera dell'artista pellegrino e vagabondo tra gli archi, le colonne ed i colossi di muratura, come le colossali rocce marine sperdute in spiagge senza fine frequentate nel nord dell'Europa dai primi pittori en plein air tra una formidabile marea e un'altra.

Marco Fabio Apolloni

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'A Tale of Modern Patronage' by Margaret Stenhouse, Wanted in Rome, October 2002.