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INTERNI

Cappella Gandini, Padova
7 - 30 Giugno 2014

Catalogue Introduction by Luigi Attardi
Alcune ragioni per cui esibire questa serie di quadri di Justin Bradshaw al fine d'inaugurare la Cappella Gandini come spazio dove hanno luogo attività non solo religiose, ma anche secolari, appariranno, senza dubbio, ovvie. Il contrasto fra la natura concettuale della trasformazione dell'interno della Cappella ad opera di Jack Sal e l'approccio squisitamente “partecipativo”, manifesto nel concetto di Bradshaw circa la bravura artistica, non potrebbe essere più evidente. Per enfatizzarlo maggiormente, Bradshaw ha eseguito per l'occasione una serie di dodici quadri raffiguranti interni di chiese nel Veneto che sono, o famose, o godono di un rapporto specifico con la stessa Cappella Gandini. Quindi il titolo della mostra, “Interni in un interno”, e la doppia visione che essa offre, la profonda corrispondenza di contenuti – l'interno della Cappella, secondo Sal, e gli interni anche di altri luoghi di culto nelle vicinanze della Cappella, secondo Bradshaw – permettendo agli elementi eterogenei che distinguono gli aspetti formali del lavoro dei due artisti, di emergere a pieno titolo.
Nell'impresa artistico-concettuale svolta da Jack Sal alla Cappella Gandini, l'idea che sta dietro l'opera – che presiede cioè alla sua progettazione – ha avuto priorità sulle considerazioni estetiche e materiali che la sua esecuzione ha poi comportato. E in linea con tale approccio, tutti gli elementi programmati del suo intervento avrebbero potuto essere messi in atto da chiunque fosse fornito di un protocollo di istruzioni sufficientemente preciso su cosa fare e come. In quanto tali, tutti quegli elementi sono diventati proiezioni di possibili azioni da parte dello spettatore, il quale si fa in un certo senso corresponsabile dell'opera e degli effetti che essa, di ritorno, ha su di lui.
Nella serie in parte naturalistica, in parte impressionistica di quadri a olio in miniatura su lastre di rame o di zinco di Justin Bradshaw – l'attenzione meticolosa per il dettaglio e per la consistenza è da sempre il suo leitmotiv – sono la maestria manuale e tecnica dell'artista e la sua abilità nel mimare con somiglianza “quasi-fotografica” i vari interni di chiesa che prevalgono di gran lunga. Qui, lo spettatore è portato a stupirsi dell'eccezionale abilità mostrata dall'artista nella loro esecuzione, e a sentirsi gratificato perché non avrebbe mai potuto essere sufficientemente coordinato per riuscire a fare altrettanto. Un senso di leggerezza e di abbandono accompagna il piacere che danno quando li si guarda, un'emozione che è facilmente condivisibile con altri spettatori e lascia nella penombra il possibile significato e funzione degli edifici che ritraggono.
Naturalmente, chiunque sia a conoscenza del vasto spettro di soggetti che caratterizzano i magistrali acquarelli e dipinti ad olio di Bradshaw – le sue molteplici “istantanee” nelle quali elementi disparati della Roma classica, medievale, rinascimentale e contemporanea spesso si mescolano in modi paradossali, i suoi inquietanti ritratti, la serie di raffinate miniature dove, attraverso la toccante metafora della figura femminile, vengono trattati i temi del desiderio, del tormento e dell’afflizione, le sue investigazioni attorno a diversi e a volte contrastanti contesti mitologici – sa che egli è un artista alla costante ricerca di ulteriore chiarezza, dedito all'impervia sfida di dare un senso al mondo che ci circonda e al ruolo che vi svolgiamo, eppure coerente con l'imperativo di ambire al sublime.

Testo di Edoardo Trisciuzzi
A proposito delle vedute settecentesche di Giovanni Battista Piranesi, approfondite a partire dagli studi di Henri Focillon, Maurizio Calvesi ne sottolineava il valore di coscienza storica, con particolare riferimento allo spazio quale «rappresentazione del tempo» costruito dall'incisore veneto, ossia luogo della memoria e dell'immaginazione e, quindi, appartenente alla sfera della storia.
Nel suo ciclo di interni di architetture realizzato per la Cappella Gandini, Justin Bradshaw sembra guardare al grande modello piranesiano, non solo per la costante del soggetto – in passato l'artista inglese si è occupato anche di vedute romane – ma soprattutto per la natura di rievocazione, esito quasi di un'anamnesi – la reminiscenza di un'esperienza che ci è appartenuta sin dall'inizio – proferita dai dipinti. Avvolti da un alone enigmatico, quasi disciolti, gli ambienti riprodotti da Bradshaw si presentano come ricordo di una traccia del vissuto; senza che se ne disperda la grandiosità originaria, le sue navate sprigionano anzi lo stesso «effetto emozionale di incombenza», capace di colpire l'immaginario più recondito dell'osservatore, attribuito da Franco Purini all'opera di Piranesi. Ma le corde dell'inconscio non vengono pizzicate nei termini di un'indagine psicoanalitica; all'artista interessa piuttosto aprire una finestra su una dimensione interiore al contempo trasognata e imponente, inquieta e assorta, ponendosi lungo quel fil rouge che giunge fino alle rovine gotiche dipinte da Caspar David Friedrich.
Al legame con la spiritualità romantica rimanda il carattere di Gesamtkunstwerk (Opera d'arte totale) espresso dai dipinti di Bradshaw – che, nell'insieme, possono esser considerati come un'unica istallazione. La connessione con il contesto preesistente sottintende un duplice registro con cui si presenta il ciclo; se, da un lato, le opere entrano in immediata osmosi con le decorazioni minimaliste di Jack Sal e con quelle tardobarocche della Cappella – replicata peraltro in uno dei lavori, in un gioco sottilmente concettuale – dall'altro esprimono, attraverso la resa quasi iperrealista, una forte autonomia rappresentativa. Gli Interiors di Bradshaw non sono mere registrazioni, ma stabiliscono quella differenza tra proiezione personale e conoscenza oggettiva della realtà già cara all'artista tedesco Gerhard Richter, a cui rinviano le sfocature e gli effetti di dissolvenza, «metafora del condizionamento della percezione stessa». In tal senso, adottando il principio richteriano secondo cui «ciò che si fa non è altro che riproduzione di se stesso e quindi realtà in sé», l'artista inglese scinde l'oggetto dall'oggettivo e rende il visitatore ulteriormente partecipe di un'interazione e di un'esperienza che non si arresta al momento presente.


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In memoria di Luigi Attardi (1952 - 2014), un caro ed affettuoso amico che ha curato ed organizzato questa mostra con grande energia. Molti lo ricorderanno come una persona di grande valore e come un poeta di talento e profondità.